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Tra ciò che passa e ciò che resta

In questi giorni mi sento divisa. Da una parte c’è il desiderio di rialzarmi, di rimettere in moto le cose, di tornare a sentire una direzione più chiara, come se esistesse un punto preciso in cui poter dire “adesso sì, adesso riparto”. Dall’altra c’è un bisogno altrettanto forte, forse più onesto, di prendermi cura di ciò che resta così com’è ora, con le energie che ho, senza pretendere altro. Non sempre queste due parti vanno d’accordo, e forse è proprio questo il luogo in cui mi trovo adesso: nel mezzo, senza una scelta netta.

Dopo il Natale, dopo gli impasti, dopo quei gesti che mi hanno riportata lentamente alla presenza, arriva sempre un tempo meno narrabile. Le feste finiscono senza rumore, la casa torna alla sua normalità quieta e i giorni riprendono un ritmo più piatto, quasi opaco. Nessun inizio vero, nessuna conclusione netta. Solo la luce che continua a ritirarsi presto, il freddo che resta, e una quotidianità che non chiede di essere raccontata ma vissuta. È un tempo che spesso non sappiamo come tenere. Eppure è qui che mi trovo.

La parola che più mi rappresenta in questo periodo non è ripartenza, né guarigione, né cambiamento. È permanenza. Una permanenza instabile, faticosa, fatta di piccoli tentativi e pause obbligate. Sono divisa tra il bisogno di prendermi del tempo per rialzarmi davvero e la pressione, costante e invisibile, di prendermi cura di ciò che resta.

Questo prendersi cura non è semplice né lineare. È un peso mentale che si somma alla stanchezza fisica e soprattutto alla mancanza di energie. Le energie che sembrano non bastare mai quando ogni oggetto che tocchi porta con sé una storia che non puoi ignorare. Gli oggetti dei miei genitori non sono neutri. Sono impregnati di gesti, scelte, abitudini ripetute per anni. Alcuni li riconosco subito, altri li scopro come se non li avessi mai visti davvero. E ogni volta mi chiedo: sto facendo abbastanza? Sto facendo la cosa giusta?

Il distacco è il punto più difficile. Non perché alcune cose dovranno andare via, ma perché lasciarle andare significa anche accettare che il legame cambi forma. Questo richiede tempo, uno spazio mentale che spesso non ho. Vorrei fermarmi, respirare, rimandare ogni decisione. Ma allo stesso tempo sento il peso di una responsabilità che non ho scelto: dare una collocazione, un senso, una continuità a ciò che loro amavano.

A rendere tutto più complesso è il confronto con il mondo esterno, con il sistema della compravendita, delle valutazioni, delle transazioni. Un sistema che funziona per numeri, condizioni, mercato, e che sembra cieco davanti al lato emotivo delle cose. Oggetti che per me sono carichi di memoria diventano improvvisamente “pezzi”, “articoli”, “valore stimato”. E in questo passaggio sento una frizione continua, come se stessi forzando qualcosa che non vuole essere tradotto.

La casa, in tutto questo, resta sullo sfondo. Non è il centro del racconto, ma il contenitore silenzioso. Le stanze accolgono senza chiedere, restano incompiute, sospese, a volte ingombre. Non le sto ancora sistemando davvero. Ci vivo dentro così, come sono ora, con ciò che riesco a sostenere. Anche questo è un modo di prendermi cura, anche se non assomiglia a quello che avevo immaginato.

Ci sono giorni in cui vorrei accelerare, sistemare, chiudere capitoli aperti da troppo tempo. Altri in cui l’unica cosa possibile è abitare ciò che c’è, senza forzarlo. Abitare una casa ancora incompleta, abitare pensieri che non hanno risposte, abitare una stanchezza che non va scacciata ma ascoltata. Prendersi cura, in questo momento, non significa migliorare, ma restare presenti.

La quotidianità ora è fatta di gesti piccoli e ripetuti che non portano risultati evidenti, ma tengono insieme le giornate: preparare qualcosa di caldo senza particolare entusiasmo, riordinare senza concludere, spostare le cose di poco, quel tanto che basta per sentirle meno addosso. Appoggiare una tazza sul tavolo e lasciarla lì. Aprire una finestra anche se fa freddo, solo per far entrare aria nuova. Sono gesti che non mi fanno sentire “di nuovo in piedi”, ma mi tengono in equilibrio. E forse, per ora, è abbastanza.

Cammino per le stanze senza l’elenco mentale delle cose da fare. Mi fermo più spesso. Osservo. Abitare ciò che resta significa anche questo: non intervenire subito, non correggere, non riempire. Lasciare che lo spazio, e il tempo, facciano una parte del lavoro al posto mio. Ci sono giorni in cui la lentezza pesa, altri in cui è un sollievo inatteso. Ho smesso di chiedermi quale delle due sensazioni sia quella giusta. Forse non serve scegliere. Forse possono convivere.

Sto imparando che non tutto deve diventare progetto. Alcune cose possono semplicemente restare così come sono: un angolo spoglio, un’idea non ancora pronta, una stanza che aspetta. Anche dentro di me ci sono spazi simili, e forse è giusto non forzarli. Abitare è diverso dal sistemare. Abitare richiede presenza, non controllo. Richiede ascolto, non decisioni continue.

Io resto qui, divisa ma presente. Tra il desiderio di rialzarmi e la cura silenziosa per ciò che resta. Continuo ad abitare questo spazio giorno dopo giorno, senza grandi svolte e senza promesse, continuando a restare qui, facendo spazio a questo tempo così com’è, e navigando ancora a vista.

A presto,
Antonella

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