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Ritmi lenti in una casa ancora da sistemare

Ci sono giorni in cui camminare per casa mi fa sentire un po’ come se fossi dentro una catena di montaggio lenta e complicata. Ogni stanza racconta una storia a metà, con lavori interrotti, scaffali da sistemare e oggetti che aspettano di essere collocati. Tra la sala e la cucina, il legno è ancora ruvido nei punti in cui non sono riuscita a carteggiare; le pareti dell’entrata attendono di essere rinnovate; nella camera da letto, il vano finestra aspetta di accogliere la prima mano di colore; nello studio, alcune scatole di tessuti e libri restano sospese tra un mobile e l’altro. Persino la legnaia sembra aspettare il suo turno. Ogni gesto dipende da mille altri, e trovare il tempo e le energie per procedere diventa un esercizio di pazienza quotidiana.

Eppure, anche tra questi ostacoli pratici, c’è qualcosa di prezioso. Fare spazio non è un’azione che si conclude in fretta. È un processo lento, fatto di alti e bassi, interrotto dai lavori che hanno priorità e dagli imprevisti quotidiani. Ci sono giorni in cui spostare un mobile o riordinare un angolo sembra un’impresa, e giorni in cui il semplice gesto di passare le mani sugli oggetti porta una soddisfazione profonda. Ho imparato a convivere con questa lentezza, accettando che alcune cose possono attendere, senza sentirmi sopraffatta o frustrata.

Passeggio tra le stanze e mi accorgo di piccoli dettagli che prima non notavo: un cuscino leggermente sgualcito, un libro che sbuca tra altri, una coperta piegata con cura. Ogni oggetto che scelgo di tenere ora ha più peso, più significato, proprio perché non è più travolto dal resto. Il cesto con i fili da ricamo resta chiuso, ma sapere che è lì, pronto quando avrò tempo, è già sufficiente. Il piatto scheggiato che ho deciso di rincollare e usare come decorazione, il candelabro sul davanzale, alcuni progetti appesi in ordine casuale sulla parete del mio studio: tutto contribuisce a creare una casa viva, anche se incompleta.

Ci sono momenti in cui mi siedo sul pavimento dello studio, circondata dai materiali per il rinnovo, e respiro a fondo. La luce cala presto, e verso metà pomeriggio accendo lampade che danno alla stanza un ritmo tutto nuovo: il legno dei mobili sembra più caldo, i tessuti più morbidi, le pagine dei libri più leggibili. In questi momenti mi rendo conto che restare nello spazio che stiamo ancora svuotando è un atto di cura. Non c’è fretta di riempire, di sistemare tutto in un colpo solo. Lasciare che le stanze respirino, anche con lavori incompiuti, è già sufficiente per sentirmi a casa.

Non è solo una questione di oggetti. Riordinare e fare spazio è anche un modo per prendere fiato dentro di me. Quando smetto di distrarmi, quando tolgo ciò che mi pesa o che non mi appartiene più, devo confrontarmi con ciò che rimane: abitudini, pensieri ricorrenti, fragilità che non spariscono con una scatola portata via. Restano come mobili spostati contro una parete, in attesa di capire dove collocarli davvero.

Ogni gesto, anche il più piccolo, diventa significativo. Spostare un libro, piegare un tessuto, decidere cosa conservare e cosa lasciare andare: tutto mi aiuta a ritrovare chiarezza. Anche se il percorso è lento e spesso interrotto da ostacoli pratici, sento che ogni passo, per quanto piccolo, è un progresso.

Mi sorprende quanto queste attività, apparentemente banali, possano portare conforto. Una coperta piegata con cura, il bollitore che fuma sul fornello, un piccolo cesto sistemato: sono gesti che richiedono attenzione, ma danno una sensazione di controllo e di presenza che manca in altre aree della vita. La lentezza diventa una forma di respiro, un modo per entrare in contatto con la casa e con me stessa.

Non tutto deve essere perfetto. Non tutto deve essere concluso subito. Ogni stanza in sospeso, ogni scaffale da sistemare, ogni angolo ancora da riordinare ha il suo tempo. Accettare questo ritmo, imparare a muovermi tra gli ostacoli pratici senza ansia, è già un gesto di cura. Anche se il percorso è lungo, anche se non vedo ancora il risultato completo, camminare tra queste stanze e riconoscere ciò che ho realizzato finora mi dà un senso di pace.

In fondo, fare spazio in casa è anche un esercizio di gentilezza verso se stessi. Non serve affrettarsi per sentire che qualcosa è a posto o bello. Basta seguire il proprio ritmo, passo dopo passo, gesto dopo gesto. E io resto qui ancora un po’, tra stanze sospese, lavori in attesa e spazi che respirano piano, consapevole che la lentezza è già un progresso e che ogni piccolo passo porta con sé il conforto di sentirsi presenti, in casa e nella propria vita.

Alla fine, tra i cassetti da sistemare, angoli ancora da riordinare e lavori in sospeso, mi rendo conto che la lentezza non è un ostacolo, ma un compagno. Ogni gesto, anche il più piccolo, è un passo verso una casa più abitabile e uno spazio interiore più leggero.

Restare nelle stanze ancora da sistemare significa accettare l’incompleto, fare pace con gli ostacoli pratici e godere della calma che nasce dai piccoli progressi. Non serve affrettarsi: basta respirare, osservare, muoversi con attenzione e lasciare che lo spazio e il tempo facciano il loro lavoro.

E così continuo a camminare per queste stanze, a spostare libri e tessuti, a riorganizzare gli angoli e a respirare la luce che cala piano. Anche se tutto non è perfetto, anche se ci sono passi che richiedono fatica, sento che restare è già un gesto di cura, verso la casa e verso me stessa.

A presto,
Antonella

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