Il Natale è appena passato e, a dirla tutta, non è mai stato il mio periodo preferito.
C’è sempre stata qualcosa che stonava, per me, in quella felicità così esibita, quasi obbligatoria. Le luci, le tavole perfette, l’idea che tutto debba essere allegro, armonioso, completo. Io ho sempre amato le cose spontanee, imperfette, non forzate. E per anni ho vissuto questo periodo con una certa distanza, come se non mi appartenesse davvero.
Quest’anno, però, è stato diverso.
Non perché tutto fosse facile o leggero, ma perché mi sono trovata, quasi controvoglia, a non chiudermi del tutto. A fare uno sforzo consapevole per restare. Per dare una parvenza di normalità, anche ridotta, anche minimal. Non per dovere, ma per riconoscere e onorare il modo delicato in cui la mia famiglia, più che mai in questo periodo, ha scelto di starmi accanto.
La normalità, quest’anno, aveva contorni semplici: poche decorazioni, una tavola apparecchiata con attenzione, gesti misurati. Proprio mentre sistemavo le cose di Natale, ho approfittato per fare decluttering tra le decorazioni. Scatole aperte sul pavimento, addobbi che non mi rappresentano più, luci che non accenderò ancora. Ho tenuto solo ciò che sentivo vicino: qualche candela, poche decorazioni naturali, oggetti che raccontano una storia e non solo una tradizione.
Ed è stato in quei giorni che mi sono ritrovata, quasi senza accorgermene, più spesso in cucina.
Più di quanto non fossi stata negli ultimi mesi.
Mr. Petterson, il mio lievito madre, era lì. Vivo, paziente, silenzioso. Lo chiamo così perché, come me, è nato da un incontro inatteso: farine che non avrei mai pensato di usare se non vivessi in Svezia. Un mix di farina di grano e segale, profumi diversi, consistenze che cambiano con il tempo e la temperatura. Prendersene cura richiede attenzione, presenza, pazienza. Non puoi forzarlo. Devi imparare a osservarlo.
Ho iniziato lentamente. Un po’ forzandomi, lo ammetto.
Poi qualcosa è successo.
Mi sono accorta che i gesti in cucina tornavano spontanei e automatici, nonostante il tempo passato. Le mani ricordavano. Mescolare, piegare l’impasto, aspettare. In alcuni momenti mi sono tornati alla mente i giorni passati alla vecchia scuola nel bosco, quando stavo ore e giorni interi tra farine e impasti, immersa in un tempo che sembrava non avere confini. Ricordare quanto mi piacesse, quanto mi facesse sentire presente.
E mi ha fatto bene.
Un sollievo inatteso.
Sono riuscita a rivivere ricordi legati alla cucina senza sentirmi sopraffatta. Senza che il peso del passato prendesse il sopravvento. Era come se quei gesti, così semplici e ripetuti, mi permettessero di stare nel presente, con delicatezza. È stato confortante scoprire che certe cose restano, anche quando pensiamo di averle perdute.
Apparecchiare la tavola, poi, ha avuto un significato tutto nuovo.
Non una tavola perfetta, ma una tavola curata. Piatti scelti con attenzione, una tovaglia semplice, posate sistemate con calma. Mi ha ricordato quanto sia importante creare nuovi ricordi, perché saranno loro, un giorno, a confortarci nei momenti bui. Non servono grandi gesti: basta la presenza, l’intenzione, il tempo condiviso.
Tra un impasto e l’altro, tra una tazza di tè e una candela accesa, ho capito che anche questo fa parte del fare spazio. Non solo togliere, ma ritrovare. Dare nuova forma ai gesti quotidiani, lasciare che diventino routine gentili. Come Mr Petterson: all’inizio richiede attenzione costante, poi diventa parte della tua quotidianità. Un gesto che non pesa più, ma sostiene.
Il Natale è passato senza clamore, senza forzature.
E forse, per la prima volta, mi ha lasciato qualcosa di buono: la consapevolezza che posso restare, anche nei periodi che mi mettono a disagio. Che posso trovare rifugio nei gesti semplici, nella cucina, nella cura silenziosa delle cose e delle persone che amo.
Ora resto qui.
Tra farine, ricordi che si intrecciano e nuovi gesti che prendono forma.
Con la certezza che la lentezza, quando è autentica, non allontana: avvicina.
A presto,
Antonella