Ho sempre avuto un debole per gli oggetti che hanno già avuto una vita. Quelli con qualche segno del tempo, una piccola ammaccatura, una macchia che non viene via o una riparazione fatta in casa da qualcuno che evidentemente non aveva intenzione di arrendersi. Mi piacciono le cose che non sembrano appena uscite da un negozio e che, a guardarle bene, fanno venire qualche domanda. Chi le ha comprate? Chi le ha usate? E soprattutto, cosa sarà successo perché qualcuno decidesse, a un certo punto, di separarsene?
A volte basta un graffio sul legno o una stoffa consumata in un punto particolare per farmi partire con le mie supposizioni. Non che abbia intenzione di risolvere un caso, ma mi piace immaginare le vite che sono passate attraverso le cose. È un’attività che richiede poco materiale e nessuna particolare competenza investigativa, anche se ogni tanto mi accorgo di aver dedicato più tempo a osservare un vecchio piatto che a scegliere cosa mangiare per cena.
Forse è anche per questo che mi incuriosiscono tanto le case con una storia. Non sono soltanto muri, stanze e mobili. Sono luoghi in cui qualcuno ha cucinato, lavorato, festeggiato, discusso, cambiato disposizione ai mobili e probabilmente perso le chiavi almeno una volta al giorno.
La vecchia scuola rossa in cui ho abitato in Svezia, circondata dal bosco e con più di cento anni alle spalle, era un posto perfetto per alimentare questa curiosità. Una casa del genere non si visita soltanto: prima o poi si finisce per curiosare anche dove non era previsto.
Durante i lavori abbiamo scoperto diversi strati di carta da parati. Sotto uno ce n’era un altro, e poi un altro ancora. Era come leggere un libro al contrario, cercando di immaginare chi avesse scelto quei disegni, quanto tempo fossero rimasti sulle pareti e cosa avesse convinto qualcuno a coprirli. Non era esattamente quello che avevo in mente quando avevo deciso di sistemare casa, ma evidentemente una vecchia scuola di cent’anni non poteva limitarsi a offrire qualche piccolo lavoro di manutenzione.
In soffitta, dentro una vecchia cassa, abbiamo trovato anche alcuni giornali risalenti agli anni della guerra in Europa. Tenerli tra le mani mi ha fatto un certo effetto. Erano stati notizie del giorno per qualcuno, forse letti a colazione, commentati in famiglia e poi messi da parte. Adesso erano lì, dopo tanti anni, in una casa che nel frattempo aveva cambiato aspetto e abitanti. Mi sono chiesta chi li avesse conservati e se avesse immaginato che qualcuno, molto tempo dopo, li avrebbe ritrovati.
Ho cominciato a fotografare queste tracce. Piccoli dettagli, particolari che forse a un’altra persona sarebbero sembrati insignificanti, ma che per me avevano qualcosa da raccontare. Era una specie di caccia al tesoro, con una differenza: il tesoro non aveva necessariamente un valore economico e, soprattutto, non potevo portarlo tutto a casa perché ci vivevo già.
Questa curiosità mi accompagna anche quando vado ai mercatini. Mi capita di fermarmi davanti a una pila di piatti spaiati, a una vecchia stoffa, a un gomitolo di lana o a un oggetto che sembra aspettare qualcuno disposto a guardarlo con un po’ di attenzione. Non sempre compro qualcosa, naturalmente. Anche perché a casa ho già una discreta quantità di oggetti che aspettano di diventare qualcos’altro.
Mi piacciono le stoffe, i filati e i tessuti antichi. Quando ne trovo uno, comincio subito a immaginare cosa potrei farne. Il problema è che tra l’idea iniziale e la realizzazione può passare parecchio tempo. Alcuni progetti rimangono negli scatoloni così a lungo che, a un certo punto, comincio a considerarli una forma di arredamento. Non sono ancora riuscita a capire se si tratti di creatività o di un sistema piuttosto elaborato per accumulare materiale.
Con gli oggetti, poi, ho un rapporto piuttosto complicato. Prendiamo un maglione: all’inizio è un capo da mettere quando esco, poi diventa quello da usare in casa, successivamente quello da indossare per dipingere o fare le pulizie. Quando ormai ha superato anche questa fase, può ancora aspirare a una seconda carriera come straccio. Una specie di pensionamento con proroghe successive. Perché buttare qualcosa con leggerezza non mi riesce proprio: mi sento in colpa verso me stessa, per i soldi spesi e, naturalmente, verso il pianeta. Insomma, una semplice decisione su un vecchio maglione rischia di trasformarsi in una catastrofe morale e ambientale.

Naturalmente non tutto può essere recuperato e non tutto merita di essere conservato. Me ne accorgo soprattutto quando decido di mettere ordine. Quello che dovrebbe essere un semplice lavoro di selezione si trasforma facilmente in una visita guidata alla mia vita degli ultimi anni. Ogni oggetto sembra avere qualcosa da ricordarmi e, prima che me ne renda conto, sono passata dal riordinare un cassetto al chiedermi perché mai abbia conservato una certa cosa. Nel frattempo il cassetto è ancora aperto e il pavimento si è riempito di oggetti che, evidentemente, non hanno nessuna intenzione di collaborare.
Sto cercando di trovare un equilibrio tra il desiderio di non sprecare niente e la necessità di avere un po’ di spazio per vivere. Perché recuperare, conservare e trasformare richiede tempo, energie e, qualche volta, anche la capacità di riconoscere che non tutto deve essere salvato da noi.
Mi piace dare una seconda possibilità agli oggetti, ma sto imparando a non dimenticare il valore del mio tempo. Non tutto deve diventare un progetto e non tutto quello che potrebbe essere recuperato deve necessariamente finire nelle mie mani. Una scoperta che potrebbe sembrare banale, ma che ha richiesto un numero considerevole di scatoloni per essere compresa.
Credo che il mio interesse per gli oggetti con una storia abbia molto a che fare anche con il mio rapporto con le case. Mi piace arrivare in un posto e scoprire piano piano quello che c’è già, invece di pensare subito a come sostituirlo. Mi incuriosiscono le tracce, le imperfezioni e i dettagli che raccontano qualcosa di chi è passato prima. E mi piace l’idea che, mentre una casa continua la sua storia, anche noi possiamo aggiungere qualcosa di nostro.
Forse è proprio questo che mi piace: non sapere sempre in anticipo cosa diventerà una cosa, una stanza o persino un progetto. A volte basta guardare con un po’ più di attenzione quello che abbiamo davanti. Altre volte bisogna accettare che una cosa abbia già dato tutto quello che poteva e che la sua storia continuerà altrove.
E poi c’è sempre la possibilità di trovare qualcosa che non stavamo cercando. Che, se ci penso, è probabilmente la parte che mi piace di più. Anche se, prima o poi, dovrò trovare il coraggio di affrontare quella enorme pila di scatoloni.
Ma non oggi, giusto?
A presto,
Antonella
