Questa mattina ho aperto il frigorifero e ho versato dello yogurt in una piccola tazzina. Non era una di quelle tazze che uso normalmente per la colazione, ma una di quelle cose che nella mia casa hanno trovato un significato diverso da quello per cui erano state pensate. Poi ho preso il contenitore in ceramica bianca che tengo in cucina: in origine era una grande zuccheriera, ma ormai da tempo ha perso il suo compito principale ed è diventata uno di quegli oggetti che utilizzo in modo alternativo, come spesso accade alle cose quando entrano davvero a far parte della nostra quotidianità. Dentro c’erano le amarene sciroppate che avevo raccolto qualche giorno prima dal giardino, e ne ho aggiunte alcune allo yogurt, gustandole lentamente con il cucchiaino.
Sono rimasta qualche minuto davanti alla finestra del mio studio, guardando fuori quasi distrattamente, come si fa quando non si sta realmente osservando qualcosa ma si lascia semplicemente vagare lo sguardo. Il cielo era lì, con quel colore difficile da definire delle giornate estive svedesi, e mentre pensavo ad altro ho sentito arrivare un piccolo brivido di freddo. Non un vero freddo, naturalmente, ma quella sensazione improvvisa che ti ricorda che forse sarebbe meglio avere qualcosa sulle spalle.
Così sono andata in camera da letto e ho preso un cardigan bianco appoggiato sulla panca. Si, un cardigan anche se siamo in estate.
E’ proprio questo uno dei piccoli riassunti dell’estate svedese: avere ancora bisogno di qualcosa di caldo anche quando il calendario dice che dovrebbe essere il momento del sole, delle giornate leggere e dei vestiti estivi.
In questi giorni non si parla d’altro che del tempo. Si controllano le previsioni, si guardano le temperature, si cerca di capire cosa succederà nei giorni successivi. Naturalmente la situazione non è paragonabile a quella di altri Paesi dove il caldo intenso è diventato davvero difficile da sopportare, ma questa è stata comunque un’estate particolare anche qui. Abbiamo avuto giornate con temperature decisamente anomale per la Svezia, quei giorni in cui anche chi aspetta con impazienza l’estate si ritrova a cercare un po’ d’ombra e a chiedersi come rendere la casa più fresca.
Per noi che viviamo qui, abituati ad aspettare ogni singola ora di luce dopo i lunghi mesi bui dell’inverno, è quasi strano ritrovarsi a schermare le finestre dai raggi del sole. In cucina abbiamo improvvisato delle tende per proteggere un po’ gli ambienti nelle giornate più calde, una soluzione che sembra quasi una contraddizione se si pensa a quanto durante l’inverno si desideri invece avere ogni possibile raggio di luce che entra dalla finestra.

Eppure basta poco perché tutto cambi. Una sera più fresca. Un vento improvviso. Una giornata in cui la temperatura scende abbastanza da ricordarti che questa è comunque la Svezia.
Qualche giorno fa ho notato le prime foglie isolate tra una pianta di lamponi e alcune fragoline di bosco. Mi sono fermata a guardarle pensando che fosse troppo presto. Non siamo nemmeno ad agosto e già qualche piccolo segnale sembra ricordare che l’estate qui non vuole mai promettere troppo.
Forse è proprio questo il motivo per cui ogni anno l’estate viene aspettata così tanto.
L’estate svedese non è soltanto una questione di caldo. È soprattutto una questione di luce. È quella sensazione quasi irreale di avere giornate che sembrano non finire mai, di dimenticare cosa significhi davvero un cielo completamente buio durante la notte, di non avere quasi più la possibilità di vedere le stelle o aspettare una stella cadente.
Dopo mesi in cui il buio è una presenza concreta nella vita quotidiana, l’arrivo dell’estate sembra quasi una ricompensa.
Si aspetta. Si aspetta che arrivi. Si aspetta di poterla vivere.
E proprio per questo può capitare di accorgersi improvvisamente che il tempo è passato troppo velocemente, che l’estate è già diventata qualcosa da ricordare invece che qualcosa ancora da vivere. È una specie di terno all’otto continuo: si aspetta così tanto questa stagione che quando finalmente arriva bisogna anche riuscire a riconoscerla e trovare il tempo per godersela.
Probabilmente è anche per questo che qui si impara presto ad adattarsi.
Quando si organizza qualcosa, il clima viene considerato, naturalmente, ma raramente diventa un motivo sufficiente per rinunciare. Quest’anno abbiamo rischiato di festeggiare il Midsommar sotto la pioggia, e in parte è successo, ma questo non ha impedito ai festeggiamenti di andare avanti. I fiori sono stati raccolti comunque per decorare e innalzare il palo tradizionale, i bambini hanno partecipato alle lotterie per vincere caramelle e cioccolata, i picnic magari sono stati più brevi o organizzati in modo diverso, ma la torta alle fragole e panna è arrivata comunque sul tavolo.
Perché certamente una delle cose che amo di questo modo di vivere le stagioni è proprio questa capacità di non aspettare sempre la giornata perfetta. Si fa quello che si aveva deciso di fare, anche se il tempo non collabora completamente.
Lo stesso succede con le escursioni nei boschi, le visite alle città e le giornate passate nei loppis, i mercatini dell’usato che in Svezia durante l’estate diventano quasi una piccola tradizione. Sono luoghi che amo particolarmente perché raccontano molto del rapporto che gli svedesi hanno con gli oggetti: qualcosa che per qualcuno ha concluso una parte della propria storia può trovare una nuova casa, una nuova funzione e magari anche un nuovo significato.

Le grandi città durante l’estate si riempiono di persone in viaggio, di turisti, di svedesi che visitano altre zone del Paese o che si godono una giornata fuori casa. Le piccole città invece spesso diventano ancora più silenziose del solito, soprattutto nelle ore più calde. È un silenzio particolare, diverso da quello dell’inverno: non è il silenzio della neve e del buio, ma quello delle case temporaneamente vuote, delle persone partite per qualche giorno, dei ritmi rallentati.
Quest’anno, durante le giornate più calde, anche alcune immagini tipiche dell’estate svedese sembravano un po’ più rare. Le grigliate nei giardini, le risate fino a sera, le macchine americane d’epoca che percorrono le strade con la musica alta e le cappotte abbassate, quei piccoli spettacoli improvvisati che fanno parte dell’estate qui. Non perché mancasse la voglia di vivere questi momenti, ma semplicemente perché anche il caldo, quando arriva in modo intenso, cambia le abitudini e rallenta i ritmi, quasi come succede durante l’inverno.
Ed è proprio nelle contraddizioni che riconosco ormai la mia vita qui.
Essere italiana e vivere in Svezia significa accettare che l’estate possa avere aspetti che sembrano opposti. Significa uscire con le infradito e avere comunque bisogno di un golfino. Significa accendere la griglia e poi trascorrere la sera davanti alla televisione con una coperta leggera sulle gambe. Significa dormire con la finestra leggermente aperta perché, nonostante tutto, è estate, ma sapere che probabilmente durante la notte l’aria fresca entrerà nella stanza.
All’inizio queste cose mi sembravano strane. Ora fanno semplicemente parte della mia normalità.
Anche il cambio dell’armadio è ormai diventato un ricordo lontano. Non perché abbia smesso di amare l’ordine, ma perché qui ho imparato che forse esistono modi diversi di organizzare le cose. Non avrebbe molto senso mettere via completamente i vestiti estivi e lasciare spazio soltanto a quelli invernali, perché le stagioni non si sostituiscono davvero: convivono.
I vestiti leggeri rimangono accanto a quelli più pesanti. Il cardigan vicino ai sandali. La coperta vicino al letto anche in estate.
Forse è anche questo che mi piace osservare nella mia casa: gli oggetti raccontano il tempo che passa meglio di un calendario. Raccontano il clima, certo, ma raccontano anche noi. Raccontano le abitudini che cambiano, i luoghi che abbiamo abitato, le parti della nostra vita che rimangono anche quando tutto il resto si trasforma.
Ogni stagione ci costringe a rimettere mano alle nostre cose. A spostarle, scegliere cosa tenere vicino, cosa lasciare andare, cosa utilizzare in modo diverso. E forse il cambiamento non significa sempre sostituire qualcosa con qualcos’altro. A volte significa imparare a far convivere ciò che resta con ciò che arriva.
Questa la piccola lezione che mi ha regalato le estati svedesi: non tutto deve avere un momento preciso in cui sparire, non tutto deve essere chiuso in una scatola fino alla stagione successiva. Alcune cose possono semplicemente restare lì, accanto a noi, pronte per il momento in cui torneranno a servirci.
Voi che dite?
A presto,
Antonella
